L’ERBA VOGLIO NEL MIO GIARDINO CRESCE! NEL TUO?


Durante i miei seminari, parlo di moltissimi argomenti, nessuno dei quali suscita particolari polemiche. Salvo uno. Quando spiego alle persone che il modo migliore per esprimere le proprie intenzioni è quello di utilizzare il verbo “voglio”, coniugato all’indicativo tempo presente, immancabilmente almeno un partecipante reagisce assalendomi (metaforicamente) ed irritandosi non poco. Il motivo è molto semplice: senza saperlo, identifichiamo il verbo “voglio” con una forma di maleducazione. Pensate, ad esempio, a questa cosa: immaginate di entrare in un bar e dire “voglio un caffè”, oppure di entrare in un negozio di abbigliamento e dire “voglio indossare quella camicia”. Sono più che certo che pensare in questi termini vi crea una strana sensazione e che l’immagine che vi si è formata nella testa è quella di una persona arrogante e che con modi prepotenti chiede a gran voce un caffè o una camicia. In realtà, non vi ho detto di urlare “io voglio” con tono arrogante e voce aggressiva, eppure è quello che precisamente avete capito. Si può benissimo chiedere: “per cortesia, voglio provare quella camicia” con tono di voce cortese ed un bel sorriso. State certi che il commesso non ne avrà a male. La verità è che ogni volta che dite “vorrei”, la vostra volontà non è sufficientemente forte ed i vostri propositi rischiano di non concretizzarsi. Certo, l’esempio banale del caffè è poco significativo. Se entrate in un bar e dite: “vorrei un caffè”, qualsiasi barman sarà ben lieto di servirvelo. Se, però, invece che di un caffè si trattasse di qualcosa di veramente importante per voi, di qualcosa che attiene alla vostra serenità o al vostro successo? Se lo volete davvero, ditelo.

Pensate alla realizzazione di uno dei vostri sogni: vorreste realizzarlo o volete?

Sentite, anche solo pronunciando la frase nei due diversi modi, come le sensazioni che provate sono diverse?

Vorreste… o volete?

Ogni volta che dalla vostra bocca esce un “vorrei”, il vostro cervello traduce il messaggio con un bel “forse vuole e forse no, e forse la cosa non è poi così importante. Se succede, bene, altrimenti pazienza”. E’ così che volete affrontare il vostro percorso: se succede, bene; se non succede, pazienza? Mi auguro di no. Naturalmente, la responsabilità di questo modo di parlare non è vostra, ma di chi vi ha educato, dicendovi la mitica frase “NON SI DICE VOGLIO SI DICE VORREI”, magari accompagnando questo pessimo insegnamento con un bello scappellotto. Oppure, vi hanno insegnato con tono sprezzante che “L’ERBA VOGLIO NON CRESCE NEMMENO NEL GIARDINO DEL RE!”

Due importanti esperti di psicopedagogia infantile, i coniugi Messeger, affermano in un loro lavoro:

“Usando il presente indicativo, il bambino non cerca tanto di ottenere il giocattolo dei suoi sogni, quanto di affermarsi. L’uso intenso del condizionale imposto al bimbo è una condotta genitoriale psicotossica, capace di bloccare le sue motivazioni o i suoi desideri. Se lo voglio, mi batto per averlo. Se lo vorrei, lo sogno e poi lo dimentico. Quello che vorrei non lo voglio veramente, altrimenti perché avrei bisogno di sottoporlo a una condizione preliminare? Il tocco finale a questo quadretto è lo stupefacente “Quando si è bene educati”. Questa precisazione suggerisce che, per essere beneducati, è preferibile non esistere. Quale percezione ha il bambino di questa osservazione che gli rifilate appena dice VOGLIO? Non ho il diritto di esistere perché, se esisto, sono maleducato. Certo, non è questo il significato che attribuite alle vostre parole, ma è quello che il piccino percepisce letteralmente.”

Perciò, amici miei, lasciate che vi dica che, nel mio giardino, “l’erba voglio” la faccio crescere, eccome! Consiglio caldamente anche voi di fare lo stesso. Vedrete che l’atteggiamento delle persone nei vostri confronti cambierà radicalmente, e voi stessi vi sentirete molto più sicuri di voi stessi, molto più padroni della vostra volontà.

 

Di questo e altro parlerò durante il mio evento annuale, che si svolgerà il 19 gennaio, che quest’anno è dedicato proprio alle parole. Durante quest’evento presenterò anche il mio programma annuale di corsi dedicati a chi, come te che leggi, desidera migliorare, crescere a livello personale e professionale, pensare e fare in modo diverso. La serata è IN REGALO PER TE (SE SEI FRA I PRIMI 100 A ISCRIVERSI!!!)

L’evento del 19 gennaio, per una pura questione logistica, è a numero chiuso: iscriverò solo le prime 100 persone che faranno pervenire richiesta tramite mail.

Potete iscrivervi tramite il mio sito internet:

www.paoloborzacchiello.com

Ti ricordo: puoi portare chi vuoi, ma devi necessariamente mandare una mail.

FRASI CHE TI DISTRUGGONO: “NON POSSO…”


Vado avanti con le mie amate parole, quelle che fanno bene alla salute e quelle che, invece, contribuiscono a rendere la nostra vita più complicata di quel che potrebbe essere.

“Non posso” significa -letteralmente- che non hai potere. Significa che non sei fisicamente in grado di compiere l’azione che dovresti compiere o che ti viene richiesta e ciò si traduce, ancora, in una debolezza negoziale che rischia di metterti in cattiva luce e di farti perdere credibilità. Le persone che “non possono” sono limitate nel campo delle loro possibilità e questo messaggio, credimi, è proprio l’ultimo che devi mandare al tuo interlocutore. Pessimo modo di dire nella vendita, pessimo modo di dire nelle relazione personali.

 

“Non posso fare questa cosa…”;

“Non posso dedicare tutte queste energie alla tua richiesta…”;

“Non posso accettare che tu ti comporti in questo modo”.

 

Presta attenzione, perché tra l’altro il tuo “non posso” può esporti a un grave e ulteriore pericolo.  Uno degli strumenti più preziosi offerti dalla PNL è il cosiddetto Metamodello linguistico, un insieme di domande precise che ti permettono di meglio chiarire i contenuti della “mappa del territorio” di chi ti sta parlando. Fra le varie domande messe a disposizione del Metamodello ne esiste una che di fronte al “non posso” è davvero perfetta e può metterti in seria difficoltà: “che cosa te lo impedisce?”. Oppure: “che cosa succederebbe se tu lo facessi?”.

Immagina di dire a tua figlia: “Non posso portarti al cinema domani”. E immagina che lei ti risponda: “Che cosa te lo impedisce?”.

Al di là delle giustificazioni che potresti fornire, anche legittime, avresti comunque perso la tua posizione di privilegio: saresti costretto a giustificarti, a spiegarti. È davvero quello che vuoi? È quello che volevi ottenere? Il “non posso”, d’altro canto, può diventare una straordinaria frase del potere. In due versioni. La prima, a base del verbo “voglio” è comunque utile e rappresenta una presa di coscienza e di potere. La seconda, invece, addirittura trasforma il senso della conversazione e diventa il lo spunto per costruire nuovi scenari, nuove realtà. Ecco come:

 

“Non posso fare questa cosa…”, diventa

“Non voglio fare questa cosa…”, che diventa

“Voglio fare quest’altra cosa, invece”.

 

“Non posso dedicare tutte queste energie alla tua richiesta…”, diventa

“Non voglio dedicare tutte queste energie alla tua richiesta…”, che diventa

“Voglio dedicare tutte le mie energie a questo…”.

 

“Non posso accettare che tu ti comporti in questo modo”, diventa

“Non voglio accettare che tu ti comporti in questo modo”, che diventa

“Accetterò solo che tu ti comporti così…e così…”.

 

Colgo l’occasione per augurarti uno strepitoso Natale e per invitarti al mio evento annuale, che si svolgerà il 19 gennaio, e che quest’anno è dedicato proprio alle parole. Durante quest’evento presenterò anche il mio programma annuale di corsi dedicati a chi, come te che leggi, desidera migliorare, crescere a livello personale e professionale, pensare e fare in modo diverso.

L’evento del 19 gennaio, per una pura questione logistica, è a numero chiuso: iscriverò solo le prime 100 persone che faranno pervenire richiesta tramite mail.

Potete iscrivervi tramite il mio sito internet:

www.paoloborzacchiello.com

Ti ricordo: puoi portare chi vuoi, ma devi necessariamente mandare una mail.


UNIVERSALI LINGUISTICI (E SMETTI DI DIRE “NO”!)


Titolo astruso per un Post che, invece, è semplicissimo. Sto tenendo un ciclo di conferenze in giro per l’Italia dedicate al tema della linguistica: nella comunicazione quotidiana, nella vendita, nei rapporti di coppia. Inevitabilmente, alcune cose che dico suscitano reazioni fra il pubblico, perché pare strano che noi tutti siamo così “condizionati” dalle parole.

La realtà, invece, è proprio questa. Oggi, grazie a complicati esperimenti condotti in laboratori ospedalieri o universitari, è possibile “vedere il pensiero” (cfr. “I confini di Babele”, di A. Moro, ed. Il mulino). E i risultati sono sorprendenti: il cervello smista e decodifica le informazioni, reagisce agli stimoli e scopre errori a prescindere dal livello di competenza cognitiva.

Ovvero: a prescindere da quello che hai studiato a scuola, le parole e le regole della lingua agiscono sul tuo cervello così come sul mio, così come su quello di un abitante del più remoto paese che riesci a immaginare.

Ecco perché è importante abituarsi a parlare “bene”: perché nelle nostre parole è racchiuso un potere universale, che vale a prescindere da quello che noi riteniamo essere vero. E da qui lo “scontro” con alcuni partecipanti ai corsi, i quali si ostinano con pervicacia a dire che “per loro la regola non vale”. E poco conta la mole di dati scientifici che io porto al riguardo: per loro, non funziona e basta.

Fidatevi, invece: le regole funzionano per tutti. Detto questo, un breve riepilogo di quanto già altre volte detto.

Devi smettere di dire NO, devi evitare a tutti i costi di utilizzare questa parola TOSSICA nella tua comunicazione, perché il NO uccide ogni forma di dialogo, il NO chiude le porte e il NO, di fatto, ti impedisce di crescere.

Guardati questo video utile e divertente, poi scrivimi che ne pensi:

IL NEGOZIATORE (clicca sulla parola per guardare il video)

 

Perdona, amico lettore, la parentesi tecnica e noiosa di oggi: dalla prossima volta riprenderò l’argomento delle PAROLE TOSSICHE e quello delle PAROLE MAGICHE in modo assai più lieve.

Alla prossima!

COME PUOI PRETENDERE CHE GLI ALTRI TI DIANO VALORE…


…se tu per primo non te ne dai?

Spiegavo oggi ai miei alunni/amici – amici/alunni (faccio una fatica del diavolo a chiamarli clienti) la “legge di reciprocità” secondo Robert Cialdini, sommo esperto nel campo della persuasione. Questa “legge”, in estrema sintesi, dice che quando tu fai un favore o un regalo a una persona, in questa persona nasce il desiderio di ricambiare la cortesia o il regalo. Gli esempi sono molteplici: dallo scambio dei regali di Natale, agli inviti a cena fatti per sdebitarci, al rendere “favori” solo perché a nostra volta ne abbiamo ricevuti.

Per “innescare” questo meccanismo è necessario fare una cosa: quando la persona che ha ricevuto il favore ti dice “grazie”, tu devi rispondere “prego”. E aggiungere, magari: “per te l’ho fatto volentieri”. Basterebbe così poco per dare valore a quello che facciamo!

Invece, la maggior parte delle volte, quando qualcuno ci ringrazia per quello che facciamo, ci scherniamo con frasi del tipo: “ma sì, che cosa vuoi che sia…”; “dovere…”; “di niente…”.

E quando qualcuno ci chiede se il favore che abbiamo fatto è stato impegnativo, o quando qualcuno ci loda per i nostri sforzi (magari perché abbiamo preparato una favolosa cena o abbiamo fatto qualcosa di importante) ecco che ancora ci nascondiamo dietro un muro di modestia fatto di frasi come: “niente di che…”; “è solo una sciocchezza…”; “non è nulla…”.

Poi, pretendiamo che gli altri diano valore ai nostri sforzi e ci gratifichino con un apprezzamento, un riconoscimento o con il renderci il favore: non capiterà mai, se noi per primi ci dimentichiamo di dare un senso preciso alle nostre azioni. Se non per primi non stimiamo in modo adeguato quello che facciamo, gli altri non lo faranno. Salvo rare eccezioni, non lo faranno.

Se ci aspettiamo che gli altri riconoscano i nostri sacrifici e per questo ci apprezzino, ebbene non lo faranno.

Viviamo la nostra vita, spesso, aspettandoci che gli altri ci capiscano, che comprendano il valore di quello che siamo e facciamo, che ci ringraziano, che “si rendano conto” dei nostri sforzi. Viviamo la nostra vita nell’attesa di un cenno che ci faccia capire che le nostre fatiche hanno un valore anche per gli altri.

Dobbiamo essere più responsabili, invece. Dobbiamo noi per primi guardarci allo specchio e assaporare il piacere di essere quello che siamo. Senza inutile modestia (a proposito: modestia vuol dire “di poco conto, umile, di bassa lega”) e senza arroganza ma con la piena consapevolezza che abbiamo uno specifico valore e che tocca a noi manifestarlo al mondo. Noi dobbiamo fare il primo passo. Apprezzarci noi per poter poi essere apprezzati dagli altri. Darci quel valore che solo in seguito gli altri ci riconosceranno.

Se noi diciamo che quello che abbiamo fatto “non è niente”, gli altri lo crederanno.

Se noi diciamo che quello che abbiamo fatto “è una cosa importante, che abbiamo fatto volentieri”, gli altri lo sapranno e lo capiranno.

La prossima volta che qualcuno ti ringrazia per qualcosa che hai fatto, ricorda di rispondere:

“Prego, per te l’ho fatto volentieri”.

Guadagnerai rispetto, valore e luce agli occhi della persona per cui ti sei impegnato. E potrai contare sul suo senso di gratitudine, che nella vita non guasta mai.

A presto e alla prossima!

LE CATENE CHE CI HANNO MESSO ADDOSSO


Oggi è finito il corso di Public Speaking, qui a Roma. L’esperienza più straordinaria, fra le tante, l’ho vissuta grazie a un partecipante che il primo giorno si è presentato come una persona chiusa, seria, quasi incapace di sorridere. Grazie al suo straordinario lavoro e ai feedback ricevuti dai suoi compagni di corso, oggi ho assistito alla sua trasformazione: ha tenuto la sua presentazione facendo della (grandiosa) autoironia e strappando a chi lo ascoltava risate e sorrisi.

Fosse tutto qui.

La cosa che mi ha spezzato il cuore è stato il suo commento, quando ha detto che per la prima volta in vita sua ha scoperto il piacere di far sorridere le persone e di divertirsi lui stesso. Ha parlato delle catene che si è sempre sentito addosso. Chissà chi gliele ha messe. Non so e non conta, ora. Conta che la luce brillante che gli ho visto negli occhi quando ha finito, quando si è reso conto di quello che era stato capace di fare, io me la porto a casa, come ricordo prezioso e come perenne monito. Giuro, ho sentito un’emozione così forte che l’avrei abbracciato, se non fossi stato il Trainer.

A volte la vita è dura. A volta trascorriamo i nostri giorni appesantiti da catene che sembrano indistruttibili e viviamo prigionieri di vecchie abitudini e convinzioni che ci impediscono di tirar fuori la nostra grandezza.

Eppure, per quanto pesanti e solide siano queste catene, noi siamo più forti. Noi siamo più forti di tutto.

Da dove si comincia? Da una Playlist, per esempio.

Un elenco di cose che ci piacciono, che ci fanno ridere, che ci fanno star bene. E, soprattutto, un elenco delle cose che vorremmo fossero diverse. Fallo anche tu, adesso. Prenditi cinque minuti per scrivere le prime tre cose che ti vengono in mente e che ti disturbano, che vorresti fossero diverse.

1.

2.

3.

Ora chiediti (e scrivi): come vorresti che fossero, invece, queste cose?

1. Che cosa voglio avere al posto di…?

2. Che cosa voglio avere al posto di…?

3. Che cosa voglio avere al posto di…?

Per finire, decidi che cosa farai, domani mattina, di utile per raggiungere il tuo obiettivo. Senza aspettare, senza rimandare. Basta anche un piccolo gesto, una minima azione. Ma fai qualcosa, ti prego.

E’ troppo bella la luce che ho visto oggi brillare negli occhi di questo signore che è entrato in aula serio e convinto di essere destinato a quello ed è uscito convinto di poter far sorridere le persone.

Il mondo ha bisogno che tu stia bene, il mondo ha bisogno di te e dei tuoi sorrisi. Perciò, scrivi. E, domani, fai.

QUELLI CHE DANNO FIATO ALLA BOCCA.


Esiste un meraviglioso aneddoto su Gandhi: un suo biografo racconta che un giorno si presentò a lui una mamma, recando seco il proprio bambino, afflitto da una grave malattia.

“Gandhi”, disse la mamma, “aiuta mio figlio a liberarsi dalla schiavitù dello zucchero. Digli di smettere di mangiarlo!”

“Torna tra un mese”, rispose Gandhi.

La mamma, diligente, tornò dopo un mese. Al che, Gandhi guardò il piccolo e, semplicemente, gli disse:

“Smetti di mangiare zucchero”.

La storia racconta che la mamma, mesi dopo, incontrando di nuovo Gandhi, gli chiese:

“Mio figlio ha davvero smesso di mangiare zucchero. Come mai hai aspettato un mese per dirgli una cosa così semplice? Non avresti potuto dirgliela direttamente la prima volta?”

“La prima volta”, rispose Gandhi, “io mangiavo zucchero”.

Questa storia mi commuove tutte le volte che ne parlo. Questa storia parla di coerenza, di allineamento profondo fra la nostra parte più intima e i nostri comportamenti.

Per vivere in modo armonioso, la coerenza interna è il requisito fondamentale: basti pensare che le nostre principali sofferenze derivano proprio dai comportamenti di quelle persone che dicono una cosa e ne fanno un’altra, oppure che si riempiono la bocca di parole pompose e poi cadono miseramente con azioni indegne che le smentiscono. Come sempre, noi non abbiamo potere di modificare i comportamenti degli altri. E dobbiamo guardarci bene dell’aspettarci che le persone si ravvedano o cambino o migliorino: aspettarsi questo significa vivere con una costante frustrazione delle aspettative. Significa entrare di diritto nel “Club degli Illusi”.

Abbiamo il potere, però, di lavorare su noi stessi. Se noi per primi siamo allineati, la nostra energia sarà al massimo livello e, soprattutto, ci circonderemo di un’aurea positiva che inevitabilmente coinvolgerà le persone che ci stanno vicino, facendo allontanare quelle che sono poco allineate con noi e facendo avvicinare quelle che, invece, hanno idee e valori da condividere.

Qualcuno la chiama “Legge dell’Attrazione”. Lao-Tze diceva, semplicemente: “Si comincia sempre da se stessi”.

Ti propongo un veloce esercizio:

- Scrivi su un foglio almeno 5 valori, 5 cose o idee o principi che sono per te importanti.

- Fai un elenco delle principali attività che svolgi durante l’arco della settimana: con chi parli, come ti comporti con i colleghi, a chi telefoni o a chi non telefoni, se e quanto fai sport, cosa e come mangi, quanto tempo dedichi a te stesso, a tua moglie o tuo marito, ai figli, agli amici.

- Di ogni attività chiediti se è coerente con i valori che hai dichiarato essere importanti.

- Di ogni valore, chiediti se fra le tue attività ce n’è almeno una che lo soddisfi.

- Prepara un elenco di cose che smetterai di fare perché incoerenti e prepara un elenco di cose che comincerai a fare, perché coerenti.

Buon lavoro, e alla prossima!!!

C’E’ DI CHE ESSERE OTTIMISTI!!!


Ho finito oggi il corso di cui vi ho parlato tre giorni fa. Un corso che in qualche modo mi intimoriva: rivestire i panni del partecipante nella stessa scuola in cui insegno rappresentava una sfida quantomeno interessante. Rimettermi in gioco, spogliarmi di un ruolo e cambiare prospettiva: ci ho pensato, prima di frequentarlo, ci ho pensato bene.

Ora posso dire di essere davvero felice di aver preso quella decisione, perché torno a casa da un corso che mi ha regalato emozioni stupende e mi ha offerto una incredibile lezione, grazie soprattutto alle persone che ho conosciuto, con cui ho lavorato e con le quali mi sono confrontato.

Torno a casa con più ottimismo, energia e voglia di fare. Torno a casa, soprattutto, con la serena certezza che il mondo, nonostante tutto quello che ne dicono, è ancora un posto stupendo, popolato da persone con un gran cuore che lo rendono bellissimo e che rendono la vita una magia. Nonostante tutto quello che si sente dire per radio o in televisione, c’è di che star tranquilli:

Di buoni ce ne sono, eccome.

Di persone straordinarie ce ne sono, eccome.

Di cuori immensi che ne sono. Eccome.

Penso a Enrica, così brava eppure così timorosa di non esserlo abbastanza: il tuo atteggiamento ti qualifica. Sarai una Coach straordinaria.

Penso a Sara, che si pone problemi circa il prezzo con il quale uscire sul mercato perché animata dal desiderio di mettere a disposizione del più alto numero possibile di persone gli strumenti offerti dal coaching. Mi hai insegnato qualcosa di grande, oggi. E mi hai dato una gran lezione di vita.

Penso ad Alessandro, così pieno di risorse, idee e intraprendenza: mi piace pensare che con ragazzi come lui al comando il mondo sia in buone mani.

Penso a Grazia, grande esempio di dedizione, forza d’animo e professionalità: la capacità di rialzarci dopo le cadute è quella che ci rende grandi, e tu lo sei.

Penso a Giordano, addirittura imbarazzato dal timore di non essere stato abbastanza efficace durante la sessione che ha svolto con me, ed era “solo” una simulazione! Sei un grande, lasciatelo dire: con il tuo atteggiamento farai la differenza nella vita di molte persone. Invidio i clienti che ti avranno a loro disposizione.

Penso a Marco, uno degli uomini più sensibili che io conosca, ricchissimo di idee, spunti e passione: che Coach!

Penso a Eleonora, bravissima e in costante ricerca di miglioramento: dalla prima volta che ti ho conosciuta in aula, a Roma, ad oggi, ho assistito a un’evoluzione incredibile. Complimenti, di cuore.

E penso ad Alessandra, Cristina, Ilaria… e tutti gli altri Coach con cui ho avuto l’onore di condividere l’aula: siete davvero eccezionali. Grazie a tutti voi, dal primo all’ultimo, torno a casa davvero più ricco, più motivato, più consapevole che c’è sempre speranza, che l’ottimismo va coltivato. E con la convinzione ferrea che alla fine i buoni vincono sempre, e che il futuro che ci aspetta è un futuro meraviglioso, perché c’è del grande dentro di noi. A volte offuscato dal rumore del vociare assurdo di chi, per venderci qualcosa, ci vuole terrorizzare. Ma c’è.

Alla prossima.

NON SI FINISCE MAI DI IMPARARE…


…sono emozionato: domani inizio a Milano un corso di specializzazione in Life Coaching. Che c’è di strano, direte voi? Corsi sul coaching ne tengo tutte le settimane! La cosa strana è che lo comincio da partecipante: sarò allievo della collega e amica Antonella Rizzuto e mi godrò tre giorni interi della sua esperienza e delle sue intuizioni.

Chi mi segue sa che credo nell’apprendimento costante, continuo e indifferenziato: per me quello che conta è studiare, imparare, leggere, apprendere ovunque e in qualunque contesto, perché volendo si può fare formazione guardando un film, ascoltando una conversazione in Questura, parlando con due amici a tavola. Quello che conta è continuare a cercare, spinti da quella “sete d’anima” tanto cara a Pirandello e che ci rende tal quali siamo, cioè creature evolute, destinate al miglioramento e all’eccellenza.

Il giorno in cui dovessi rinunciare a un corso o a un libro perché “tanto di questo ne so abbastanza” sarei morto: se non nel corpo, certamente nel cuore e nello spirito. Mai e poi mai permettetevi di dire “tanto ne so abbastanza”: un valore specifico e aggiunto potete recuperarlo da chiunque, anche da chi pare saperne meno. Quello che ci rende diversi è l’atteggiamento mentale, l’attitudine. E’ il desiderio concreto di trasformare in azioni i nostri sogni.

Ho appena parlato al telefono con una mia cliente, Loredana, la quale si è appena tuffata in una nuova attività: mi ha chiamato per chiedermi tutto il calendario dei corsi per il 2012 e si è iscritta. Si è iscritta a tutto l’anno e non ha ancora ricevuto il catalogo che le ho inoltrato per mail. “Ho iniziato una nuova carriere, voglio farlo bene”, mi ha detto.

Brava, Loredana. Brava, brava davvero: è così che si fa.

Io sprono tutti quelli che incontro a leggere, studiare e fare corsi perchè io per primo leggo, studio e frequento.

Le cose non cambieranno mai, se noi per primi non le facciamo cambiare attraverso l’acquisizione di nuove conoscenze e nuove abilità. 

Perciò, domani mi toglierò la soddisfazione di entrare in un’aula di corso in jeans e scarpe da ginnastica e, addirittura (e questa è una delle mie perversioni più segrete), con la barba incolta. Bellissimo. Blocco per appunti, penna e via.

Ci vediamo in aula!

 

AMORE, PASSIONE, DEDIZIONE


Mentre attendo che il mio aereo (in straordinario ritardo) mi riporti nella nebbia di casa mia, voglio far due parole su quello che è successo oggi. Ho tenuto un’edizione del mio corso “Pnl per la Vendita”, qui a Roma.

E’ stato probabilmente uno dei miei corsi migliori, almeno per quel che mi riguarda. Ci sono stati alcuni momenti in cui ho pensato, mentre parlavo, che davvero avrei potuto continuare per ore e ore a parlare con le persone che erano sedute davanti a me e che, entusiaste, stavano al gioco, incalzavano, chiedevano, manifestavano interesse.

In questo momento preciso sono così stanco che potrei cascare per terra d’un colpo, ma mi sono divertito.

Oh, se mi sono divertito.

Alla fine del corso, una partecipante mi ha fermato per ringraziarmi: “Grazie per quello che hai fatto. Rendi il mondo un posto migliore”.

Ho sentito una stretta nello stomaco, un colpo al cuore.

Mi piace condividere questa gioia straordinaria con tutti voi che leggete e che mi scrivete raccontandomi le vostre storie, i vostri problemi, i vostri successi. E che mi chiedete come faccio a leggere 10 libri al mese, lavorare 7 giorni su 7, spesso senza orario e spessissimo senza pause. E che mi chiedete quale sia il segreto.

Ho tre parole, per raccontarvi il mio segreto: amore, passione, dedizione.

Il segreto è amare quello che si fa e fare quello che si ama.

Il segreto è concedersi senza limiti e senza pudore, ricercare dentro se stessi la vera verità, quella che scuote anima schiaccia sconvolge e toglie il fiato.

Il segreto è amare il proprio lavoro senza riserve, concedersi anima corpo e cuore.

Il segreto è trattarsi come la più importante delle persone, pretendere il massimo da se stessi e allo stesso tempo concedersi ogni cosa.

Perché solo quando sei felice, stai bene, godi di quello che fai e delle persone che ti circondano, solo allora sperimenterai quella che io chiamo l’epifania dei sensi, lo stato di grazia che ti rende persino inconsapevole di giorno e ora, immemore di chi sei, da dove vieni, dove andrai. Quando sei felice, sei lì e basta, nella totale e perfetta contemplazione di quell’attimo assoluto che rende la vita degna di essere vissuta. Quell’attimo che a volte senti nel cuore, a volte vedi negli occhi  luccicante di una persona seduta in prima fila.

Cerca quello che ti piace, lotta fino allo stremo delle forza senza arrenderti. Combatti  e suda tutto il sudore che serve ma vai avanti: ti meriti il meglio.

Ps:

L’ho fatto anche oggi pubblicamente ma voglio farlo ancora. Voglio ringraziare chi mi accompagna in questo viaggio entusiasmante e faticoso gestendo la fatica, sorridendo anche di fronte alle difficoltà, stringendo i denti e credendoci sempre. Oggi erano con me Patrizia, Francesca, Grazia, Giorgia, Valeria. Grazie di cuore, siete il miglior staff che potrei desiderare. Preparate prima che io arrivi, sistemate quando parto e pensate a tutto. Grazie grazie grazie. Mi fate commuovere tutte le volte, mannaggia!!! :-)

“NON SIAMO CATTIVI, E’ CHE CI DISEGNANO COSI’…”


Ieri mattina, mentre facevo consulenza all’ufficio marketing di una importante azienda, ho spiegato ai presenti l’importanza di riuscire a descrivere la propria mission e i propri obiettivi in meno di un minuto (si chiama Elevator Script, per i secchioni che vogliono approfondire). Naturalmente, mi hanno chiesto quale fosse la mia mission. E io ho risposto: “Risvegliare la grandezza di uomini e aziende attraverso il Coaching e la formazione”. E poi, visto per farmi star zitto ci vogliono le cannonate, mi sono preso quasi un’ora a spiegare perché avessi scelto proprio il verbo “risvegliare” (per inciso, ci sono volute settimane per arrivare alla mia mission: eviterò di tediarvi su tutti i significati in essa sottesi).

Risvegliare è un verbo bellissimo, ricco di implicazioni e significati impliciti. Ri-svegliare presuppone che si possa “svegliare ancora” qualcosa che già è stato sveglio, almeno una volta. Ed è il verbo che esprime la mia più profonda convinzione circa l’essere umano.

Io credo che in chiunque sia racchiuso un incredibile potenziale di grandezza e splendore, lo stesso potenziale che scopriamo di avere fin da piccoli, quando cresciamo e ci abbandoniamo ai nostri sogni più sfrenati, prima di venir barbaramente ricondotti con i piedi per terra da quella che chiamano “la buona educazione” e che troppo spesso è solo un insieme di comportamenti e frasi demotivanti e castranti.

Nei nostri sogni di bambini noi esprimiamo chi siamo e chi potremmo essere e intravediamo lo spiraglio della nostra grandezza. Purtroppo, a volte questi sogni ci vengono chiudere nel cassetto da persone che ci “disegnano” a loro immagine e somiglianza. Ho rubato le parole del titolo alla celeberrima Jessica Rabbit perché sono davvero il perfetto modo per esprimere quel che ci succede.

Ci dicono chi siamo, chi dobbiamo essere, chi possiamo essere. E noi, vittime di un cervello troppo letterale, finiamo per crederci. La fatica per stracciarsi di dosso quelle vesti troppo strette è immane e per questo molti desistono prima di avercela fatta.

Ma il potenziale c’è. La grandezza, dentro, esiste. Basta ricordarsi che c’è.

Come?

Fai quello che ti hanno insegnato a smettere di fare: sogna ad occhi aperti, che è quanto di più bello tu possa fare.

Sogna il tuo sogno più bello e sognalo forte forte, fino a che ti sembra vero.

E poi fai la prima cosa che ti viene in mente e che può condurti in quella direzione, a prescindere da quello che ti hanno sempre detto o che ti diranno.

Loro non sanno chi sei. Loro ti vomitano addosso l’acerbo sapore dei loro sogni infranti. Loro ti trattengono, invece di spingerti e incoraggiarti a fare ciò per cui sei nato.

Perciò, cazzo, sogna. E sogna tanto, e sogna forte: in quei sogni troverai il riflesso del tuo futuro più splendente, il vero motivo per cui sei qui, ora.

Il resto, sono disegni tracciati in mala maniera da mani di altri.